I cittadini palestinesi di Israele si trovano intrappolati in una spirale di violenza senza precedenti che nel 2025 ha causato oltre 252 vittime, con un tasso di omicidi 15 volte superiore a quello delle comunità ebraiche. Questo ha scatenato diffuse proteste che sollevano interrogativi fondamentali sulle modalità per affrontare la crisi e sulla responsabilità delle autorità israeliane in questa situazione in escalation.
Le statistiche internazionali rivelano un cambiamento drammatico nella realtà della sicurezza all’interno della comunità araba in Israele. Il tasso di vittime di crimini violenti è diminuito da 126 arabi per milione nel 1926 a 120 per milione lo scorso anno, mentre il tasso tra gli ebrei è sceso solo da 17 a 8 per milione.
Questa marcata disparità riflette una realtà dolorosa per oltre tre quarti della popolazione araba, che in un sondaggio dell’Università di Tel Aviv ha dichiarato di temere per la propria vita e per quella dei propri figli.
È stato sottolineato che questo allarmante aumento dei tassi di criminalità non è casuale, ma direttamente collegato all’attuale governo insediatosi e al Ministro della Sicurezza Nazionale che ha assunto il suo incarico. Il numero di vittime è più che raddoppiato nel primo anno del suo mandato rispetto al 2022, che ne registrava solo 108.
Complicità della Polizia
È stato fatto notare che esiste un accordo non scritto tra le gang criminali e la polizia israeliana, in base al quale le gang si astengono dall’entrare nelle città ebraiche in cambio dell’inazione della polizia nel perseguirle all’interno delle comunità arabe.
Questa accusa è supportata da rapporti ufficiali israeliani. Un canale televisivo israeliano ha trasmesso a giugno 2021 un servizio in cui un funzionario di polizia israeliano ha rivelato che la maggior parte dei coinvolti in crimini gravi all’interno della comunità araba sono collaboratori del servizio di sicurezza Shin Bet e godono di immunità.
Le istituzioni civili palestinesi hanno indicato che Israele è la fonte di circa l’80% delle armi utilizzate in questi crimini, in mezzo alla proliferazione di centinaia di migliaia di armi da fuoco nelle aree arabe.
È stato anche spiegato che il tasso di successo della polizia israeliana nel risolvere i crimini dove le vittime sono arabe non supera il 15%, rispetto al 60% per i crimini dove le vittime sono ebree.
Questa netta disparità riflette una politica sistematica di inazione deliberata, tanto più che la polizia israeliana è riuscita a risolvere solo 38 dei oltre 250 crimini avvenuti lo scorso anno.
Queste condizioni tragiche hanno spinto i cittadini palestinesi di Israele a movimenti di protesta diffusi, guidati da manifestazioni di massa a Sakhnin che hanno raggiunto il cuore di Tel Aviv con la partecipazione di oltre 100.000 manifestanti.
La scintilla è scoccata dal grido di un negoziante di Sakhnin che si è rifiutato di sottostare alle richieste di pagamenti per “protezione” da parte delle gang, trasformando il suo sciopero individuale in un movimento collettivo che si è diffuso in tutte le aree arabe.
Queste manifestazioni hanno posto la questione sul tavolo del dibattito pubblico israeliano e hanno spinto il Presidente israeliano a una visita simbolica nel negozio del commerciante, ma non hanno portato a un reale cambiamento nelle politiche di sicurezza.
Dimensioni Umane
Questi crimini portano con sé anche una tragica dimensione umana, incarnata da Ashraf Safia, che ha perso il figlio Nabil di 17 anni, colpito da una pallottola vagante mentre camminava nel centro di Acri dopo un’intensa giornata scolastica.
Safia ha descritto l’immenso dolore per la perdita del figlio, eccellente negli studi, sottolineando che la comunità araba, che comprende il 98% di persone istruite, intellettuali e imprenditori, non merita di essere lasciata in balia di gang che costituiscono solo il 2% della popolazione.
La comunità palestinese all’interno di Israele propone molteplici scenari di confronto, che vanno dall’intensificare gli sforzi di riconciliazione interna attraverso comitati locali per prevenire lo spargimento di sangue, all’aumentare la pressione sulle autorità israeliane attraverso uno sciopero generale di tre giorni che paralizzerebbe lo Stato, dato che il 40% del personale medico e la maggior parte degli autisti di autobus, camionisti e farmacisti sono arabi. Un comitato di follow-up sta anche valutando passi di escalation che potrebbero arrivare a una campagna completa di disobbedienza civile se le autorità non risponderanno alle richieste.
È stato affermato che i media arabi sono passati a un ruolo cruciale nella sensibilizzazione e nella mobilitazione, andando oltre la semplice diffusione dei comunicati della polizia per scoprire le reti organizzate e le politiche sistematiche dietro i crimini.
Nel frattempo, i principali media israeliani di lingua ebraica rimangono riservati nella loro copertura, limitandosi alle preoccupazioni delle élite sulla possibilità che la violenza raggiunga la società ebraica senza affrontare le radici del problema.
È stata sottolineata la necessità di passare da una mentalità di protesta a una di profonda organizzazione comunitaria, invocando la costruzione di un sistema robusto a partire dal quartiere, dalla strada, dalla moschea e dalla scuola, rafforzando al contempo un’identità nazionale unificante. È stato lanciato un avvertimento: il fallimento su questo percorso porterà a numeri più orribili nei prossimi anni, tanto più che l’anno in corso ha già registrato 35 vittime solo nel suo primo mese.